This is water

«Le chef-d’œuvre de la philosophie serait de développer les moyens dont la Providence se sert pour parvenir aux fins qu’elle se propose sur l’homme, et de tracer, d’après cela, quelques plans de conduite qui pussent faire connaître à ce malheureux individu bipède a la manière dont il faut qu’il marche dans la carrière épineuse de la vie, afin de prévenir les caprices bizarres de cette fatalité à laquelle on donne vingt noms différents, sans être encore parvenu ni à la connaître, ni à la définir.»*

– D.A.F Marquis De Sade (Justine ou les malheurs de la vertu)

Il post di questa settimana prende spunto un discorso, segnalatomi dall’amico Giorgio (potete ascoltarlo qui), in cui David Foster Wallace racconta la storia dei due pesci che si chiedono “What is water?”, aprendoci gli occhi sul fatto che sono le cose più vicino a noi, in cui siamo immersi tutti i giorni, quelle più difficili da vedere e comprendere.

Tra queste cose per me c’è Parigi.

Viviamo qui ormai quasi da due anni e ancora fatico a crederci veramente. Per questo motivo venerdì sera ho deciso di portare Mai a cenare navigando sulla Senna con il Bateau Mouche. Sì, è vero, è una cosa turistica, ma gustandosi la splendore della città illuminata alla sera, mangiando foie gras, quasi ci si sorvola sopra.

Maiko

Maiko

The river

The river

La serata però ha portato con se anche un’altra cosa. Una strana foto di me, che ha suscitato già parecchi commenti.

Chotto

Chotto

Una foto in cui emerge uno sguardo mellifluo e quasi malvagio, che mi fa sentire come il serpente Kaa del libro della giungla (ricordate quando cantava “Trust in me“?).

Che questa città mi abbia cambiato? O che questa foto sia invece solo un’illusione? O che forse conoscere se stessi sia ancora più difficile che comprendere l’acqua in cui si nuota?

A voi la difficile scelta…

Io adesso vado a fare due passi mentre c’è ancora il sole e poi cucino qualche delizia per stasera. Insomma mi godo tutto quello passa questa meravigliosa città!

«Je veux qu’un noir chagrin à pas lents me consume,
Qu’il me fasse à long traits goûter son amertume.
Je veux, sans que la mort ose me secourir,
Toujours aimer, toujours souffrir, toujours mourir.»**

– Corneille (1606 – 1684)

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* «Sarebbe il capolavoro della filosofia rendere evidenti i mezzi adoperati dalla provvidenza per raggiungere i propri fini sull’uomo, e trarne piani di condotta che indichino, a questo sventurato individuo bipede, come procedere nello spinoso cammino della vita, se vuol prevenire i capricci bizzarri della fatalità cui si danno venti nomi diversi, ma che ancora non si è giunti né a conoscere né a definire.»

** «Voglio che una pena cupa mi consumi lentamente, che mi faccia assaporare a grandi sorsate la sua amarezza, voglio, senza che la morte osi soccorrermi, sempre amare, sempre soffrire, sempre morire.»