Autoritratto con alchechengi

Mi sono sempre piaciute le mappe, più ancora dei viaggi.
Forse per l’illusione di verità che creano, per l’ordine che sembrano imporre al caos dell’universo.
Mi ci sono sempre perso, in lunghi pomeriggio oziosi, pur sapendo che sono anch’esse imperfette e limitate come tutto quello che pensiamo di sapere e capire.

Da quando avevo iniziato i miei mi ero messo a studiare cartografia. Avevo letto libri su libri, parlato con topografi e cartografi e provato ad afferrare i rudimenti delle diverse tecniche di proiezione – azimutale, gnomica, pseudoconica. Il linguaggio della geodesia suonava come una lingua magica.

Prima di diventare una scienza da campo, la cartografia era stata un’arte: fu questa la prima cosa che capii. Oggi la si ritiene, in genere, una scienza quasi esatta, che ambisce a eliminare la soggettività della rappresentazione di un dato luogo. E’ una presunzione difficile da accantonare, perché siamo abituati a fare assegnamento sulle mappe, a credere fiduciosamente ai dati che ci presentano. Ma nelle sue espressioni premoderne la cartografia era un’attività che fondeva conoscenza e supposizione, che raccontava storie di luoghi, che nelle proiezioni lasciava spazio alla paura, all’amore, alla memoria e allo stupore.  

In linea di massima possiamo dire che esistono due tipi di carte: la griglia e il racconto. Una mappa a griglia applica un’astratta rete geometrica su uno spazio, all’interno del quale ogni elemento o entità può essere coordinato. L’invenzione della mappa a griglia, più o meno coeva alla nascita della scienza moderna del XVI secolo, conferì una nuova autorità alla cartografia. La forza delle mappe a griglia risiede nella capacità che hanno di localizzare qualsiasi oggetto o individuo all’interno di una totalità astratta di spazio. Ma la loro virtù è anche il loro limite: rischiano di ridurre il mondo unicamente a un insieme di dati, registrano lo spazio indipendentemente dal suo essere.

(Robert Macfarlane – Luoghi Selvaggi, Capitolo settimo)

Take your road and don't look back

Oggi pranzo da Luca e Andrea sui navigli per cercare di riprendere un po’ di quel tempo e di quella pace che in queste settimane sembrano andati persi in un vortice di eventi.

Abbiamo mangiato bene, io pollo e Mai bistecca, e pure in buona compagnia ornitologica e non solo visto che abbiamo gentilmente aiutato due turiste giapponese in gravi difficoltà con il menù..

Uno dei nostri ospiti a pranzo

Comunque, come già detto, bisogna guardare avanti e non indietro.

Nella passeggiata durante il ritorno a casa sono anche riuscito a prendere un paio di volumi sul pittore austriaco Schiele che adesso sfoglio felice a casa, lottando contro il caldo estivo.

La fiducia in sé è il fondamento del coraggio, il pericolo ha un fascino particolare per chi abbia fiducia in sé; uomini dotati di fantasia diventano facilmente degli avventurieri. Il desiderio di mettere alla prova la propria forza, si superare le difficoltà, dona coraggio, come la spavalderia della giovinezza. Il coraggio è la disposizione dell’animo ad andare incontro al pericolo riflettendo. Il coraggio è la prima idea di virtù comprensibile al figlio della natura.

(Egon Schiele, lettera allo zio Leopold Czihaczek – 5.3.1909)

Orzo e riso con radicchio, vino rosso e scamorza affumicata

Domani mattina si va presto da IKEA per comprare piatti, posate, bicchieri e padelle per la nostra “nuova” casetta alla Maddalena.
La partenza si avvicina e dobbiamo iniziare a organizzarci.
Finalmente quella casetta è nostra ed è anche ora che iniziamo ad occuparcene, oltre che a pagarci sopra le tasse…

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