Tokyo, Japan

Caricato l’iPod, presi un po’ di yen, il passaporto e un paio di libri per il lungo viaggio.
In sottofondo suona lo splendido album “Veedon Fleece” di Van Morrison.
I vestiti sono ancora sparsi sul letto ma ho ancora stasera per metterli in valigia.
Ripasso ancora qualche verbo mentre bevo tè caldo col miele, ma ormai quasi pronto.
Domani si parte…

Preparativi per il viaggio

Pasmo: la mia carta per la metro di Tokyo

We’re goin’ out in the country, get down to the real soul
We’re gettin’ out to the west coast
Shining our light into the days of bloomin’ wonder
Goin’ as much with the river as not, as not, yeah, yeah
An’ I’m goin’ as much with the river as not

Anatomia dell’irrequietezza

Un breve omaggio ad un caro amico con cui ho pranzato oggi.
Tengo riservato il suo nome viste le “confessioni” che mi ha fatto, ma non posso che adorare il suo senso di inquietudine, impazienza e bisogno di libertà.
Lo ringrazio di cuore e riporto un passaggio relativo un libro di Chatwin su cui abbiamo riflettuto insieme.

“L’irrequietezza è prima di tutto uno stato dell’animo, e trova tante forme di espressione e protesta contro il comune senso della stabilità e della sedentarietà. La necessità di un posto “dove appendere il cappello” è contrapposta all’impossibilità di scrivere se non in movimento. Perché, come affermava Pascal Notre nature est dans le muovement e l’uomo è un animale che ha bisogno di camminare, per curare la solitudine, e soddisfare il suo bisogno di crescita, alimentando occhi e mente.”

Concludendo vi regalo anche un’altra immagine del nostro inviato nel deserto.

Peppe in tenda con carcadè, Il duro lavoro del giornalista

If You Were There, Beware

Stasera: concerto degli Arctic Monkeys.
Non penso abbiano bisogno di presentazioni. Comunque, se proprio insistete, stiamo parlando della band di Sheffield celebre per album quali “Favourite Worst Nightmare” e “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not”.
Io mi preparerò col solito panino, e poi via.

Ore 21:00 Arctic Monkeys

Ma facciamo un passo indietro.
Oggi c’è stata la trasferta di lavoro Torino, e finalmente i regali per i miei due suoceri (per chi non lo ricordasse, domenica si parte). Speriamo in bene.

Il cielo su Torino (Piazza S. Carlo)

Per completare anche un breve cooking corner con le frappe, o “chiacchiere” come le chiamano qui. In fondo siamo o non siamo in carnevale.

Frappe

Quello che resta delle delizie portate da Roma

Vi lascio adesso, che tra poco si va… (e fuori nevica)

Anticipation has a habit to set you up
For disappointment in evening entertainment but
Tonight there’ll be some love
Tonight there’ll be a ruckus yeah, regardless of what’s gone before

One More Cup of Coffee

Chotto tornato a casa dal weekend nella Capitale, dove mi sono aggirato, spensierato, quasi straniero nella mia città!

Chotto a Piazza di Siena

Tutto però è andato bene, abbiamo mangiato, passeggiato, negoziato con un paio di alberghi a cinque stelle, portato i documenti all’ambasciata giapponese e ci siamo anche goduti la Roma che vinceva con la Juve a Torino. Non male nel complesso.

Il nipponico sole rosso nel centro di Roma

Saremo giù di nuovo a breve per ritirare altri documenti, ma la nostalgia ha iniziato a colpire appena sbarcati dal treno nella gelida Milano.
Sul treno intanto andavo avanti con il mio nuovo libro di Philip Roth:

“Dio mandò Hitler perché Dio è pazzo. L’ebreo conosce Dio e sa come agisce. L’ebreo conosce Dio e sa che, dal primo giorno in cui ha creato l’uomo, ce l’ha avuta con lui da mane a sera. Ecco cosa significa dire che gli ebrei sono gli eletti. I goyim (*) sorridono: Dio è misericordioso, Dio è amorevole, Dio è buono. Gli ebrei non sorridono: conoscono Dio non perché l’hanno sognato a occhi aperti, come i goyim, ma perché hanno passato una vita con un Dio che non smette mai, mai una volta, di riflette e ragionare e usare la testa con i suoi affezionati figlioli. Rivolgersi a un padre irascibile e pazzo, ecco cosa vuol dire essere un ebreo. Ricorrere a un padre pazzo e violento, e per tremila anni, ecco cosa vuol dire essere un pazzo di ebreo!”

(*) Yiddish = gentile, non ebreo

Voglio infine concludere con una lieta nota di colore e pubblico una meravigliosa foto giunta dall’inviato Peppe Focone appena tornato dall’Africa! Cliccateci sopra per vederla nelle sue dimensioni originarie perché merita.

Peppe, "beduino ultras" o "drago del deserto"?

P.S. Domani all’alba si parte per Torino.
Your loyalty is not to me
But to the stars above
One more cup of coffee for the road
One more cup of coffee ‘fore I go
To the valley below

The Empty Page

Stamattina lezione di prova con una nuova insegnante di Giapponese e stasera di nuovo in viaggio.
Ore 19:15, carrozza 8, posti 24 e 25, panino e  Eurostar direzione Roma.

Domani ci aspetta una lunga giornata per andare ad vedere le possibili soluzioni del ricevimento di giugno e poi per fare un salto all’ambasciata.

Un saluto a Peppe e Giacomella, viaggiatori a scrocco, passati oggi di qui sulla loro via per Juve-Roma.

La Capitale

Sull’iPod gira Murray St. dei Sonic Youth.
“These are the words but not the truth
God bless them all when they speak to you
But that’s alright
On an empty stage”

Sempre dalla parte dell’uovo

L’ho trovato quasi per caso e lo pubblico.
Un discorso fatto da Haruki Murakami (quello di Norvegian Wood, di Kafka on the Shore, ed altri bellissimi libri) nel ritirare un premio a Gerusalemme nel 2009.

“Between a high, solid wall and an egg that breaks against it, I will always stand on the side of the egg.”

Yes, no matter how right the wall may be and how wrong the egg, I will stand with the egg… What is the meaning of this metaphor? In some cases, it is all too simple and clear. Bombers and tanks and rockets and white phosphorus shells are that high wall. The eggs are the unarmed civilians who are crushed and burned and shot by them. This is one meaning of the metaphor.

But this is not all. It carries a deeper meaning. Think of it this way. Each of us is, more or less, an egg. Each of us is a unique, irreplaceable soul enclosed in a fragile shell. This is true of me, and it is true of each of you. And each of us, to a greater or lesser degree, is confronting a high, solid wall. The wall has a name: it is “The System.” The System is supposed to protect us, but sometimes it takes on a life of its own, and then it begins to kill us and cause us to kill others–coldly, efficiently, systematically.

I have only one reason to write novels, and that is to bring the dignity of the individual soul to the surface and shine a light upon it. The purpose of a story is to sound an alarm, to keep a light trained on the System in order to prevent it from tangling our souls in its web and demeaning them… My father passed away last year at the age of ninety. He was a retired teacher and a part-time Buddhist priest. When he was in graduate school in Kyoto, he was drafted into the army and sent to fight in China. As a child born after the war, I used to see him every morning before breakfast offering up long, deeply-felt prayers at the small Buddhist altar in our house. One time I asked him why he did this, and he told me he was praying for the people who had died in the battlefield. He was praying for all the people who died, he said, both ally and enemy alike.

My father died, and with him he took his memories, memories that I can never know. But the presence of death that lurked about him remains in my own memory. It is one of the few things I carry on from him, and one of the most important.

I have only one thing I hope to convey to you today. We are all human beings, individuals transcending nationality and race and religion, and we are all fragile eggs faced with a solid wall called The System. To all appearances, we have no hope of winning. The wall is too high, too strong–and too cold. If we have any hope of victory at all, it will have to come from our believing in the utter uniqueness and irreplaceability of our own and others’ souls and from our believing in the warmth we gain by joining souls together.

Il mercatino sotto casa

La cena di oggi: come la pasta al forno ma col riso