Green plastic trees

Chotto Tree

Un weekend di caldo e rade nuvole. Con l’arrivo dell’estate, giornate serene con la luce così abbagliante che a guardare a lungo di solito fa male agli occhi. Prendo il sole con la musica dei Radiohead e penso alla cena con vecchi amici dopo la quale è inevitabile riflettere sui scelte che abbiamo fatto. Chi parte per la Thailandia per girare un film, chi per scrivere articoli su Phuket, chi invece torna a Sabaudia o nella sua grigia banca milanese o londinese.  Con un briciolo di ottimismo penso al futuro, un’ottimismo che non mi appartiene e per cui mi sono meritato un: “Sei posseduto?! Esci dal suo corpo, maledetto Teletubby!”.

Nel resto del weekend tento un esperimento culinario e quasi mi avveleno (con dell’ottimo riso orientale), sollevo pesi in precise serie da 20, pianto alberi di plastica sul sito (per avere aria pulita), vinco la nona Coppa Italia, compro un sacco di dentifricio e in sottofondo Thom York continua a cantare “Two jumps in a week, I bet you think that’s pretty clever don’t you boy? Flying on your motorcycle, watching all the ground beneath you drop, You’d kill yourself for recognition, kill yourself to never, ever stop. Don’t leave me high. Don’t leave me dry”.

No matter the year, no matter the place, no matter the time. Dedicated to all the dreamers.

Fine campionato

Chotto spray

Un’altra domenica di sofferenze, ancora difficile da commentare. Comunque applausi e Forza Roma, campione d’Italia fino a 30 minuti dal termine. Per il resto nel weekend tento un esperimento culinario con le melanzane, e ne viene fuori un piatto decisamente migliorabile; affronto dopo mesi di tentennamenti quell’enorme tomo di Benny Morris sulla Palestina, e cerco di farmi tornare la voce ormai da troppo tempo latitante.

Mi preparo all’ennesima settimana milanese, questa volta forse un po’ più amara del solito, con un ufficio che, invece di avere la vista sulla Scala e sulle Alpi, è nascosto sotto terra a -1, come ai bei tempi dell’ENEL.

Maggio mese difficile per tante cose, ma chotto è sempre qui.

Senza voce (serafico)

Ci si sbaglia sempre sul Giappone, non perchè ci sia un segreto giapponese da snidare – come affermano i falsi specialisti che hanno interesse a far crescere un mistero sul quale speculano -, ma proprio perchè quel segreto non esiste. In fondo, la questione è molto banale. C’è solo una cosa da capire, risaputa come una massima o un proverbio: là, esattamente come oltrove e come ovunque, è la stessa cosa. Con la sua lingua più raffinata, un filosofo scriverebbe che l’esperienza di vivere fa spalancare lo stesso abisso in ogni esistenza umana – quali che siano il tempo e il luogo in cui quell’esperienza si svolge – e che sul ciglio di quell’antico abisso le civiltà con i loro cortei di pregiudizi vengono semplicemente ad allestire lo sfondo tutto sommato irrilevante delle loro verità vane e mutevoli. Ma è sempre tutto molto più semplice di quel dicono i filosofi. Sui giapponesi chiunque ne sa più di Heidegger: loro sono come noi, ed è tutto. Nascono, vivono, muoiono, come noi passano da un nulla a un altro cercando di salvare il salvabile dal magnifico disastro di esistere.

NIN

Il subcomandante

Chotto tomatoes

Leggo l’”Impero Bonsai” con i reportage di Indro Montanelli dal GIappone del dopoguerra nel 1951-1952, chiacchiero con il vacanziero Peppe Focone del futuro e di quello che ci attende, cucino pastasciutte estive con pomodoro fresco e mozzarella.

Si sogna la libertà, l’indipendenza, e mentre si mangia sul mio terrazzo si dicono le solite fregnacce. Alla fine siamo felici così, è inutile negarlo. La nostra rivolta è mediterranea: pasta di gragnano, caprese,  patè di olive, porchetta di ariccia, pane di terni e pizzette, carciofini, pecorino di fossa e finire con una ciotola di gianduiotti e dolci vari.

uesta è la nostra gioia e la nostra ritrovata pace e libertà…!